Patata Winter

Patata Winter
da Venerdì 02/10/2020 a Domenica 04/10/2020
Spina di Campello sul Clitunno (PG)
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La patata è un tubero originario dell’America centrale e meridionale, dove veniva coltivata fin dai tempi della civiltà azteca e incaica. Colombo nei suoi viaggi oltremare non incontrò personalmente la patata, ma venne invece scoperta dai conquistatori spagnoli di Pizarro, sulla Cordigliera Andina, solo a metà Cinquecento. I primi europei che la degustarono ne rassomigliarono il gusto a quello della castagna. All’inizio il suo nome era “papa”, ma in Europa venne chiamata “patata” perché confusa anche con la patata dolce delle aree tropicali americane.

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Nella seconda parte del sec. XVI le patate giunsero in Italia grazie ai padri Carmelitani scalzi, i quali secondo un cronista dell’epoca insegnarono alla gente come dovevano essere coltivate e raccolte, consigliando perfino: “si mangino in fette, a guisa di tartufi e di funghi, fritte ed impanate, o nel tegame con grasso e agresto…”. Inopportunamente molti mangiavano non i tuberi ma le foglie e i frutti velenosi (contengono solanina), con conseguenti intossicazioni. Le patate conquistarono così una fama negativa, malgrado gli sforzi dei botanici di tutta Europa.

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Fu a causa di una terribile carestia del 1663, che in Irlanda si cominciò a consumare patate per l’alimentazione umana. Molti decenni dopo il tubero incontrò colui che l’avrebbe portato fuori dall’ambito militare, durante la guerra dei Setti anni (1756-1763) dove erano protagonisti anche gli eserciti prussiani e francesi. Si trattava del farmacista ed agronomo francese Parmentier Antoine-Augustin, che durante la prigionia in Germania ne apprezzò il sapore, constatando la sua facilità di crescita in terreni relativamente poveri. Tornato in patria, qualche anno dopo Parmentier propose la “pomme de terre” (patata) ad un premio per nuovi cibi contro la carestia, presentando il tubero come un pane già fatto che non richiedeva ne mugnaio ne fornaio.

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L’alimento suscitò grande interesse e fu così che, dopo la spaventosa carestia del 1785, Luigi XVI impartì l'ordine ai nobili di obbligare i propri contadini a coltivare la patata. I risultati non furono quelli sperati, perciò su consiglio di Parmentier, il sovrano francese decise di dare seguito ad uno stratagemma. Si cominciò facendo coltivare delle patate al Campo di Marte, in un terreno guardato a vista dai soldati reali, per poi spargere la voce che lì si produceva una preziosità riservata al re e alla corte. La cupidigia fece il suo corso, in molti si trasformarono in ladruncoli pur d'impossessarsi dei frutti riservati alle mense reali, e durante la rivoluzione del 1789 la patata era già un cibo molto popolare. All'inizio dell'ottocento la "plebea" patata trovò poi la sua consacrazione anche nella Haute Cuisine con le crocchette ideate da Antoin Caréme.

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In Italia, la sua presenza risale fin dal sec. XVI presso gli orti botanici di Padova e Verona, ma nonostante gli sforzi degli studiosi, tra i quali sembra ci fosse anche Alessandro Volta, ancora a metà '800 la patata trovava una forte resistenza come testimonierebbe la sua marginale presenza nei ricettari dell’epoca, ma fu in seguito all’Unità d’Italia che essa ebbe una grande diffusione sia di coltivazione che di consumo da parte della popolazione meno abbiente e degli animali, che in tal modo riuscivano a sfamarsi, soprattutto dopo la crisi economica succedutasi alla formazione del nuovo regno, a causa dei debiti contratti per finanziare le guerre d’Indipendenza.

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La patata si diffuse anche in Umbria, in particolar modo nelle zone montuose dell’Appennino dove trovò un habitat molto simile a quello delle zone di origine per cui si svilupparono produzioni di buona qualità che cominciarono subito ad essere molto ricercate sul mercato ed i poveri abitanti della montagna cominciarono da subito ad utilizzarla soprattutto per scambi con alimenti che nelle loro zone non venivano coltivati o prodotti con grande difficoltà, come vino ed olio.

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La varietà delle patate coltivate nelle zone montane era a pasta gialla, dovuta alla presenza di molti caroteni, era molto compatta, soda e farinosa dopo l’essicazione, con buccia rugosa e grossolana e a differenza di quelle a pasta bianca resistevano molto meglio alla cottura e ben si prestavano ad essere utilizzate in molteplici versioni nella cucina tradizionale dell’epoca: lessa, fritta, in umido, al forno, sotto la cenere, ma la sua presenza è documentata anche nella produzione di paste, pane, dolci e perfino negli insaccati che si preparavano in inverno.

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A Spina di Campello sin dall’ottocento la patata è stato uno dei prodotti più diffusi, che erano alla base dell’alimentazione sia umana che animale e pertanto ogni famiglia ne produceva una grande quantità, che serviva sia per l’autoconsumo che come merce di scambio con altri prodotti, che ad alta quota non si potevano né produrre e né coltivare, divenendo in breve uno dei vari generi per cui la frazione è diventata famosa nella zona e molti abitanti della pianura, in autunno si recavano presso la località per fare incetta di tale prodotto, che veniva considerato pregiato e di grande valore sia per la bontà del gusto che per le sue proprietà organolettiche.

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Per questo motivo la Pro Loco di Spina di Campello, sempre attenta alla valorizzazione del paese, nonché dei suoi prodotti tipici, ha pensato bene di proporre una manifestazione per valorizzare uno dei prodotti agricoli che ancora vengono coltivati in grande quantità, da organizzare durante il periodo della raccolta, per far degustare ad amici, turisti e visitatori, le proprie patate trasformate in piatti tradizionali della zona, realizzati dagli stessi abitanti che hanno prodotto la materia prima, in modo da richiamare molta gente e far conoscere un alimento di grande bontà e le sue tradizionali trasformazioni, che possiamo veramente definire a chilometro zero.

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